Ultra-ortodossi chiedono soldi, passeggeri giù dagli autobus

Come le proteste contro la legge sulla leva e le richieste di denaro degli ultra-ortodossi costringono i passeggeri a scendere dagli autobus a Gerusalemme e dintorni

Negli ultimi giorni, e soprattutto nelle ultime notti, viaggiare con i mezzi pubblici nel centro di Gerusalemme e nelle aree circostanti è diventato un’esperienza di impotenza. Episodi simili non si sono verificati solo a Gerusalemme, ma anche nella vicina Beit Shemesh, dove blocchi stradali e scontri si sono estesi ai quartieri residenziali. Strade centrali come Yehezkel, l’area di Shmuel HaNavi e l’incrocio Bar-Ilan sono state chiuse ripetutamente, costringendo gli autisti a far scendere i passeggeri molto prima della destinazione, fare inversione di marcia e tornare ai terminal di partenza.

Dietro i blocchi c’è una vasta protesta ultra-ortodossa contro la legge sulla leva, insieme alle richieste di mantenere e persino ampliare i finanziamenti statali al settore. Esenzioni dal servizio militare, assegni per famiglie numerose, bilanci per le scuole religiose e sussidi dedicati fanno parte di una battaglia combattuta nelle strade, ma che colpisce direttamente cittadini che non hanno nulla a che fare con essa.

Il risultato è evidente sul terreno. I passeggeri vengono fatti scendere a metà percorso, alcuni con bambini e passeggini, e sono costretti a camminare per centinaia di metri e talvolta per chilometri. I taxi spesso non riescono a entrare nelle zone bloccate e in altri casi vengono applicate tariffe insolitamente alte a chi tenta di aggirare le chiusure.

Com’è un viaggio quando le arterie di Gerusalemme sono bloccate?

“L’autobus si è fermato all’improvviso, l’autista ha detto che non c’era passaggio e ci ha fatto scendere tutti”, racconta un passeggero. “Non c’era fermata, nessuna spiegazione. Abbiamo semplicemente camminato”.

Scene simili si ripetono ancora e ancora, soprattutto attorno all’incrocio di Sanhedria, lungo Golda Meir Road e sulle salite da Har Hotzvim, che a causa dei blocchi non consentono più l’accesso al centro città. I passeggeri si ritrovano a scendere lontano dalla destinazione, cercano percorsi alternativi e scoprono che perfino le app di navigazione diventano inutili quando tutte le principali arterie sono chiuse.

Le chiusure non si limitano a Gerusalemme. Anche a Beit Shemesh, in particolare nel quartiere di Ramat Beit Shemesh, sono stati segnalati blocchi prolungati e scontri nell’ambito dell’estensione della protesta e della pressione sul governo.

Chi paga il prezzo della battaglia sulla leva e sul denaro?

Dalla polizia del Distretto di Gerusalemme è stato riferito che “nelle ultime ore forze di polizia e unità della Border Police stanno operando contro disordini violenti a Gerusalemme e a Ramat Beit Shemesh, dove si tenta di impedire il passaggio degli autobus, i facinorosi lanciano oggetti e pietre, incendiano cassonetti e danneggiano veicoli, bloccando le arterie del traffico con i loro corpi e colpendo la routine quotidiana dei civili, e dopo la dichiarazione di protesta illegale gli agenti hanno iniziato a evacuare i responsabili e continuano ad agire con determinazione per ristabilire l’ordine e portare i coinvolti davanti alla giustizia”.

Al di là degli scontri, le principali vittime sono i residenti di Gerusalemme e delle città vicine. Lavoratori che tornano tardi a casa, studenti bloccati sulle strade, genitori costretti a portare borse e neonati attraverso vie chiuse. Le chiusure a incroci come Bar-Ilan e Yehezkel non sono solo una protesta politica o religiosa, ma un colpo diretto alla vita quotidiana di un’intera città.

A Gerusalemme, dove il trasporto pubblico è un’arteria vitale, ogni blocco si trasforma immediatamente in una crisi urbana. E quando le proteste si estendono a Beit Shemesh e alle comunità vicine, l’impatto va ben oltre i quartieri ultra-ortodossi, lasciando migliaia di passeggeri a pagare il prezzo di una battaglia che non è la loro.